Il golfo di Olbia dal mare, il vecchio faro, la citta' sullo sfondo e i monti
Il golfo di Olbia dal mare, il vecchio faro, la citta' sullo sfondo e i montifoto: Gianni Careddu · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

Un nome greco e una fondazione discussa

Olbía è parola greca e vale «felice, prospera». Sarebbe una prova comoda, se sul resto gli archeologi andassero d'accordo. C'è chi ipotizza un emporio fenicio già intorno all'ottavo secolo avanti Cristo, attirato dal porto naturale. C'è chi colloca una presenza greca arcaica fra il settimo e il sesto, appoggiandosi alla ceramica greca trovata nell'area dell'attuale chiesa di San Paolo. E c'è la posizione più prudente, quella dell'Enciclopedia dell'Arte Antica, secondo cui l'origine greca non è confortata né dalla tradizione letteraria né dai dati di scavo, e il nome potrebbe essere la forma ellenizzata di un nome fenicio che non conosciamo.

Gli antichi avevano una versione più netta. Diodoro Siculo attribuisce la fondazione a Iolao e ai Tespiadi, compagni di Eracle: è un mito di fondazione, non una cronaca, e vale la pena raccontarlo per quello che è, cioè il modo in cui il mondo greco spiegava a se stesso una città che trovava già lì.

Quello che regge senza discussioni è la geografia: un porto profondo e riparato, in faccia alla costa tirrenica italiana. Non serve altro per capire perché il posto sia stato occupato da tutte le potenze affacciate su quel mare.

La città cartaginese e l'estate del 259 avanti Cristo

Il primo insediamento che si può chiamare città è una fondazione cartaginese, collocata dagli archeologi fra il quinto e il quarto secolo avanti Cristo, con la datazione più seguita nella seconda metà del quarto. A Cartagine non serviva un villaggio di pescatori: serviva una base di intermediazione commerciale rivolta alla costa italiana, di fronte.

Nel terzo secolo Olbia è il caposaldo punico del nord dell'isola, e questo la mette sulla rotta di Roma. Nell'estate del 259 avanti Cristo il console Lucio Cornelio Scipione si presenta davanti alla città con la flotta. Da lì in poi le fonti antiche litigano fra loro: una tradizione racconta che nello scontro cadde il comandante cartaginese Annone e che Scipione gli fece funerali d'onore, un'altra che il console si limitò a mettere in fuga la squadra punica e a proseguire. Sull'iscrizione del suo sarcofago compare solo la Corsica. Che la città sia stata presa in quell'occasione, insomma, gli storici non lo danno per acquisito: la conquista romana dell'isola arriva vent'anni più tardi.

Della Olbia punica restano soprattutto le necropoli, indagate negli scavi del 1936-1938. Poi c'è il capitolo sott'acqua: fra il 1990 e il 1991 le ricognizioni subacquee all'imboccatura del golfo hanno recuperato anfore tardo puniche e una statua di Eracle-Melqart, la divinità che a Olbia contava più di ogni altra.

Roma, il municipio e più di quattrocento tombe

Roma prende Olbia nel 238 avanti Cristo, tre anni dopo la fine della prima guerra punica. Nel 210 la città viene assalita dalla flotta punica di Amilcare, ma la direzione ormai è presa: sotto Roma il porto diventa lo scalo principale fra la Sardegna e la penisola. Gli studiosi le attribuiscono lo statuto di municipio di cittadini romani, ma non esiste una singola iscrizione che lo dichiari: lo si deduce dalla presenza di funzionari imperiali e dalle dediche dei governatori provinciali.

Gli scavi urbani hanno riportato alla luce acquedotto, terme, foro e necropoli. Una strada romana collegava Olbia a Karales, l'attuale Cagliari, rifatta e mantenuta soprattutto nel terzo e nel quarto secolo dopo Cristo. La ceramica sigillata africana trovata in città racconta che qui si è continuato a vivere e a comprare fino al sesto secolo.

Il numero che colpisce di più riguarda i morti. Nell'area vicina alla basilica di San Simplicio è stato scavato un complesso di più di quattrocento tombe di età romana, fra il 200 avanti Cristo e il 300 dopo. Sono 1,9 chilometri da Via Sanzio, tre minuti di auto: chi va a vedere la basilica cammina sopra un cimitero che è rimasto in uso per cinque secoli.

Il primo luglio del 1999, in un cantiere stradale

Il ritrovamento che ha cambiato la storia archeologica della città non è arrivato da una campagna di scavo ma da un cantiere stradale. Il primo luglio del 1999, durante i controlli sui lavori del tunnel del lungomare che collega il porto alla viabilità urbana, gli archeologi della Soprintendenza individuarono i primi scafi. Seguirono tre campagne di scavo, fra l'agosto del 1999 e il dicembre del 2001, finanziate dall'ANAS.

In tutto vennero recuperati ventiquattro relitti, porzioni di scafo grandi e piccole, di quattro fasi diverse: due navi da carico romane di età neroniano flavia, affondate da un'alluvione che rovinò anche un cantiere navale; una decina colate a picco tutte insieme intorno al 450 dopo Cristo; tre di età giudicale fra la fine del nono e l'inizio del decimo secolo; altre di undicesimo, quattordicesimo e quindicesimo. Le onerarie romane erano lunghe in origine fra i diciotto e i trenta metri: non barche, navi da carico.

Il gruppo tardoantico è quello che racconta di più. Le navi erano ormeggiate, andarono a fondo nello stesso momento e i legni portano tracce di bruciatura. L'interpretazione corrente lega l'episodio alle incursioni vandaliche sulle coste del Mediterraneo, intorno alla metà del quinto secolo: se andò così, in quel porto finì la Olbia romana. Se sia stato un attacco o un autoaffondamento difensivo gli studiosi discutono ancora; l'incendio e la contemporaneità no.

Dove sono finite quelle navi

Il legno bagnato non si mette in vetrina e basta: va desalinizzato, consolidato, tenuto sotto controllo per anni. Il Museo Archeologico nasce anche per questo, e sta sull'isolotto di Peddone, a pochi passi dal porto vecchio, in un edificio che ha la forma di una nave ormeggiata, con oblò circolari e passerelle sospese. Da Via Sanzio sono 3,6 chilometri, sette minuti di auto.

La sala dei relitti è il motivo per entrare. Ci sono la ricostruzione di due navi mercantili incendiate e, soprattutto, timoni e alberi di età romana: sono gli unici al mondo visibili dentro un museo. Olbia è anche il posto che conserva il maggior numero di resti di navi romane d'Italia, insieme a un relitto medievale che in Italia non ha altri esemplari.

Il resto dell'esposizione, su due piani, tiene il filo della città: fenicia, greca, punica, romana, medievale, moderna. Teste scultoree, fra cui una di Domiziano e una di Ercole, statuette egizie, lucerne, monete, gioielli, corredi funerari. Ingresso, orari e giorno di chiusura cambiano nel tempo e si controllano sui canali ufficiali del Comune di Olbia prima di uscire di casa.

Dove si tocca la città antica

Il pezzo più antico sta sotto una chiesa. San Paolo Apostolo sorge su una modesta altura che era l'acropoli dell'abitato antico, e gli scavi condotti nel 1989 sotto l'abside hanno trovato resti di età ellenistica e repubblicana e una struttura templare della metà del quarto secolo avanti Cristo, identificata con il santuario di Melqart: il dio fenicio-punico che i Greci chiamavano Eracle e i Romani Ercole, la divinità principale di Olbia antica. Insieme al muro di recinzione del tempio sono venuti fuori frammenti di ceramica greca arcaica, gli stessi che tengono aperta la discussione sulle origini.

Quello che si vede oggi, però, non è niente di tutto questo. Gli scavi sottostanti non sono normalmente accessibili e si aprono solo in occasioni particolari, per esempio le giornate di Monumenti Aperti. E la cupola che si riconosce da lontano, quella rivestita di maioliche colorate, arriva con l'ampliamento a croce latina del 1939: è Novecento, non antichità, e vale la pena saperlo prima di fotografarla.

L'altra cosa che si tocca davvero è il terreno intorno a San Simplicio. La basilica romanica, in granito gallurese, è stata costruita sopra la necropoli delle quattrocento tombe, in un'area che era già luogo di culto fuori dall'abitato. Porta il nome di chi la tradizione vuole primo vescovo della città, martirizzato a metà maggio del 304: è tradizione agiografica più che documento storico, e la città lo festeggia ancora a metà maggio con la processione più importante dell'anno. Le date si controllano ogni anno sui canali del Comune e del comitato.

Messo in fila, il giro sta in una mattina. Dal cancello di Via Sanzio al centro sono 1,8 chilometri, una ventina di minuti a piedi su strada pianeggiante; fra San Paolo e San Simplicio si cammina meno di un chilometro; il museo si raggiunge in sette minuti di auto, oppure a piedi se la macchina è già ferma in centro. Alla fine si torna a guardare il golfo, che è l'unica parte di questa storia rimasta uguale.

La basilica romanica di San Simplicio in granito, vista di sbieco dalla piazza assolata
La basilica romanica di San Simplicio in granito, vista di sbieco dalla piazza assolatafoto: Sailko · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

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