Un tempo era un blocco solo con la Corsica
La Gallura è la regione della Sardegna nord orientale che guarda la Corsica, e milioni di anni fa le due isole erano un unico blocco. Il tratto geologico che decide tutto il resto è la presenza massiccia di rocce granitiche, modellate da pioggia e vento in forme che sembrano scolpite da qualcuno. Non lo sono: è roccia cristallina che si consuma poco alla volta, e il risultato sono massi arrotondati, spigoli smussati, blocchi impilati che stanno in equilibrio da soli.
Questa pietra si guarda, ma da quattromila anni serve anche a costruire. I conci della basilica di San Simplicio, a 1,9 km da casa, sono granito gallurese. La stele della tomba dei giganti di Su Mont'e s'Abe, quattro metri di altezza a 8,4 km, è la stessa roccia lavorata intorno al 1600 avanti Cristo. Il centro storico di Tempio Pausania, nell'interno, è costruito quasi interamente così. Le cave della zona occupano ancora centinaia di scalpellini, fra i più bravi dell'isola, e questo spiega perché in Gallura la pietra sia una cosa normale e non un'attrazione.
I tafoni, le cavità che si aprono da sole
Le nicchie che si vedono nelle pareti di granito e alla base dei blocchi hanno un nome preciso: tafoni, in gallurese conchi. Si formano dall'interno verso l'esterno e dal basso verso l'alto. L'umidità del terreno risale per capillarità dentro la roccia, altera i minerali e li disgrega poco alla volta, così la crosta esterna resta in piedi mentre il cuore del masso si svuota. Le estati calde e secche del clima mediterraneo, con l'alternanza continua fra bagnato e asciutto, accelerano il processo. Non sono grotte scavate dall'uomo, anche se in passato sono state usate come riparo.
Per stare in mezzo al granito senza fare chilometri bastano due passeggiate corte, tutte e due dalle parti di Olbia ma in direzioni opposte. Il nuraghe Riu Mulinu, a 5,8 km e 9 minuti di auto sul lato di Golfo Aranci, si raggiunge da uno spiazzo con una strada selciata in salita che attraversa la macchia: la salita è ripida ma graduale. Il castello di Pedres invece sta a sud della città, su una rocca granitica a 140 metri sul livello del mare, di fronte alla tomba dei giganti, e si sale con un sentiero e poi una scalinata. In tutti e due i casi servono scarpe chiuse e acqua, non i sandali da spiaggia.
La Roccia dell'Orso e le altre pietre con un nome
Quando una di queste forme diventa riconoscibile, la gente le dà un nome e se lo tiene per secoli. La Roccia dell'Orso è il caso più noto della Gallura: un blocco di granito levigato in milioni di anni dagli agenti atmosferici, che da certe angolazioni ha la testa e le spalle di un orso. Sta nel comune di Palau, cinque chilometri fuori dal paese, su un rialzo a oltre 120 metri di altezza, e l'ultimo mezzo chilometro si fa a piedi su un sentiero panoramico in leggera pendenza che parte dal forte di Capo d'Orso. Palau è a 41,1 km da casa, 48 minuti di auto: non è una tappa da infilare di ritorno dalla spiaggia, si organizza come mezza giornata, magari nello stesso viaggio in cui si prende il traghetto per l'arcipelago.
Più vicino c'è San Pantaleo, 22,9 km e 29 minuti, appoggiato al massiccio granitico di Cugnana: le guglie che chiudono il paese virano al rosa con la luce bassa, ed è il motivo per cui conviene arrivarci nel tardo pomeriggio invece che a mezzogiorno. Una tradizione locale racconta che in quelle rocce sia stato pietrificato un popolo di fate, guerrieri e giganti: è un racconto, non storia, ma davanti a quelle punte si capisce da dove nasce. Chi ha voglia di guidare parecchio trova la stessa roccia, in versione ancora più estrema, a Capo Testa vicino a Santa Teresa Gallura: sono 61,8 km e 72 minuti, una giornata intera.

Le sughere e il sughero
L'altro elemento fisso del paesaggio è la sughera, Quercus suber, che forma boschi alternati alla macchia soprattutto appena si lascia la costa. Un bosco di sughere lavorate si riconosce al primo sguardo: il tronco è spogliato fino a una certa altezza e ha un colore rosso ruggine acceso, mentre sopra la pianta continua regolarmente con i suoi rami e le sue foglie. Quello che si toglie è la corteccia, cioè il sughero, e si stacca a mano con l'ascia, incidendo la pianta senza arrivare allo strato vivo sotto: l'albero resta in piedi, e prima di poterlo scortecciare di nuovo passano almeno dieci anni. La decortica si fa fra la primavera inoltrata e la fine dell'estate, quando il sughero viene via più facilmente, quindi capita di attraversare boschi appena lavorati proprio nei mesi di vacanza.
Il sughero qui è industria, non memoria di mestieri. Calangianus, a 36,3 km e 41 minuti da Via Sanzio, è sede della maggiore industria sugheriera italiana e figura fra i maggiori centri sugherieri del mondo. Chi guida verso l'interno se ne accorge prima di arrivarci, perché le sughere spogliate cominciano ai bordi della strada. Granito e sughero insieme sono buona parte della ragione per cui a mezz'ora dalla costa il paesaggio cambia così tanto.

La macchia, dove il suolo si assottiglia
Intorno alle rocce la vegetazione si comporta in modo prevedibile, e capirlo cambia il modo in cui si guarda una passeggiata. Dove c'è terra la macchia mediterranea cresce alta e fitta, con lentisco, corbezzolo, mirto, erica arborea, olivastro, fillirea e ginestre. Dove il suolo si assottiglia sul granito la macchia si abbassa e si dirada in gariga: timo, elicriso, cisti, euforbia. Sulle dune e sulle rocce a filo di mare compare il ginepro fenicio, contorto e basso, che è la pianta che tiene insieme la sabbia.
La cosa che nessuna fotografia restituisce è l'odore. Alle due del pomeriggio di luglio, su un sentiero fermo, elicriso, mirto e lentisco si sentono prima di vederli, e l'aria ha un profumo che sta fra il miele e la resina. Alcune di queste piante finiscono poi nel piatto: nella cucina gallurese le fronde di mirto si mettono sotto la carne a fine cottura, e le bacche scure del mirto, quelle che maturano a fine novembre, sono le stesse da cui si ricava il liquore che si beve freddo a fine pasto.
Il maestrale, che lavora ancora adesso
Il vento che ha modellato tutto questo continua a soffiare, e non è un modo di dire: la roccia che state guardando si sta ancora consumando, con tempi che non stanno dentro una vacanza. Il maestrale arriva da nord ovest, secco e fresco, e nasce dalla differenza di pressione fra l'anticiclone delle Azzorre e le depressioni del Mediterraneo occidentale. Soffia tutto l'anno, con la massima intensità fra novembre e marzo, mentre d'estate è più moderato e rinfresca le giornate calde. La caratteristica che conta per chi è in vacanza è un'altra: quando parte, dura giorni.
Qui la geografia aiuta, perché le spiagge di Olbia stanno su due esposizioni diverse, a nord (Pittulongu, Mare e Rocce, Bados) e a sud dentro il golfo (Lido del Sole, Porto Istana, Le Saline): quando una fascia si increspa, l'altra di solito è ferma, e si sceglie la mattina stessa. Le Saline fa storia a sé, perché è la spiaggia ventosa della zona per definizione, lo spot storico di windsurf e kitesurf, con una zona dedicata al lancio. Sulle pietre di cui parla questo articolo vale invece una regola che sorprende parecchi ospiti: in Sardegna sassi, ciottoli, sabbia e conchiglie non si portano via dal litorale, la legge regionale lo vieta anche per le quantità minime, con sanzioni da 500 a 3.000 euro e controlli sui bagagli in porto e in aeroporto. Il granito si fotografa, non si mette in valigia.
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